da L'Espresso
(guida 2010)
L'ingresso, all'interno della rocca dugentesca,
può mettere soggezione, ma le salette linde, calde e sobriamente
eleganti al primo piano e, soprattutto, la schietta accoglienza
tutta emiliana di Roberto Gobbi e Mauro Rizzi subito rassicurano.
Per il resto parlano prima la carta e poi i piatti di Dolores
Boretti, cuoca colta e alta interprete di una cucina emiliana
d'antologia, classica ma non affatto imbalsamata. E invece viva,
palpitante, fatta di piatti che lasciano il segno e diventano
modello e paradigma. "Il cappelletto" (microscopici, in
brodo di cappone), la coda o la trippa in umido, la zuppa del
viandante (una decina di varietà di legumi con croste di
Parmigiano, stufata a fuoco lentissimo..), le tagliatelle con
"il" ragù (quaranta tuorli e un albume per chilo di
farina), prima del trionfo delle carni alla piastra: mafnigiche,
frutto di una selezione di qualità e tagli che in italia ha pochi
eguali. Il servizio è cordialmente professionale e la cantina,
ottima, dà parecchio spazio anche a Champagne e Bourgogne.
D'estate si cena sulla bella terrazza che dà sulla piazza. Conto,
senza rinunce nè rimpianti, intorno ai 70 euro.