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LA CUCINA E I SUOI RACCONTI

 

IL CIOCCOLATO

Dalla parola maya<xoco-ate> acqua amara, al nostro cioccolato, delizia dei nostri sensi.
 
Nel 1565 nell’ HISTORIA DEL NOVO MONDO Girolamo Benzoi lo definì "beveraggio più da porci che da huomini", in effetti era acqua amara, un preparato di fave di cacao tostate e poi macinate e disciolte nell’acqua con l’aggiunta di peperoncino.
L’imperatore azzecca Montezuma ne faceva largo uso.
 
Se è vero come scrisse Diaz del Castillo che "..prima di visitare le sue mogli ne beveva circa 50 brocche spumeggianti… e che alle guardie e agli inservienti venivano servite caraffe simili in numero di 2000…> certamente quel cioccolato dolcificato col miele e l’aroma di vaniglia, fiori e frutta non era più quell’acqua amara di cui parlava Benzoi..
 
I coloni sbarcati alla corte di Montezuma scoprirono il cioccolato e ne intuirono il valore, lo portarono con sé, correva l’anno 1527.
Cortes lo presentò come dono prezioso al re di Spagna Carlo V e ben presto si diffuse in Europa , Italia, Francia e Inghilterra.
 
Consumato e amato in gran quantità in tutti i momenti della giornata e perfino in chiesa durante le funzioni religiose, il segreto che trasformò quella bevanda amara in nettare degli dei fu lo zucchero, e furono proprio i monaci che misero a punto tale scoperta e lo diffusero prima nelle colonie e poi in Europa dove ne detennero a lungo la produzione.
Furono i primi ad apprezzarne le qualità nutritive e ricostituenti e ne fecero consuetudine nei lunghi digiuni penitenziali, sollevando un arduo dibattito: bevanda ammessa ai digiuni o alimento?
 
Dopo l’intervento del papa Pio V nel 1569 e del cardinale Brancaccio nel1662 il cioccolato divenne "..bevanda che non interrompe il digiuno.." e si diede via libera al consumo del cioccolato senza sensi di colpa…
 
Alle donne si deve la diffusione e il consumo di tale bevanda e due in particolare: Anna d’Austria e Maria Teresa d’Austria che ne imposero l’uso alle corti di Germania e Francia.
 
Anna, figlia di Filippo III di Spagna, sposò Luigi XIII Re di Francia e portò la sua bevanda preferita a corte, tanto piacque che Alfredo Richelieu, fratello del ministro del re, lo usava per "calmare l’ira, i vapori della milza.. migliorare l’umore" un toccasana in tutti i sensi tanto come golosità che come rimedio e cura di diversi disturbi.
 
Lo troviamo menzionato in trattati scientifici come nell’AD CHOCOLATAE USUS SALUBRIS del 1684:
"cura la fiacchezza, i reumatismi e perfino il colera..".
 
Con Maria Teresa d’Austria (sposa di Luigi XIV) nel 1660 il coccolato fu introdotto a forza nella corte e nei salotti nobiliari.
 
In Inghilterra nel 1657 al Bishoopo gate Street si aprì la prima Chocolate house già pronta o da preparare in tazza, preziosa e costosissima: un chilo di cioccolata equivaleva al salario medio mensile del tempo.
Nobili e ricchi borghesi si intrattenevano discutendo i fatti della politica e di cuore bevendo cioccolata, oppure dal 1674 sgranocchiandola in forma di bastoncino.
 
Nel seicento nacquero le prime fabbriche che si sostituirono alla produzione dei conventi e dei monasteri. Liberato dalla presenza delle forti spezie spagnole, profumato di cannella e vaniglia nel 1700 la cioccolata prese il nome Linneo chiamò il cacao: Theobrema cibo degli dei.
Consumato in tazza dai signori, le signore lo sgranocchiavano e lo gustavano insieme ai piacere dell’alcova. Venere e cioccolato…non a caso la leggenda azzecca narra che fu il dio Quetzalcoati a donare il cacao a Venere.. leggenda? Vero è che la cioccolata fu ed è galeotta..
 
Madame Pompeadour e Du Baref le favorite del re Luigi XVI vi ricorrevano in occasione dei loro incontri galanti, la prima per accendere le passioni, la seconda per fortificare gli amanti.
 
Nel settecento nacquero le grandi innovazioni per la produzione e lavorazione del cioccolato, compagnie francesi e italiani importavano e producevano cioccolata. Si pensi alle città italiane come Torino, Firenze, Genova dove la cioccolata era peccato di gola e simbolo di volta in volta di dono, amore, amicizia.. piacere.

Perché piace tanto il cioccolato?
 
La risposta va ricercata nell’intreccio di emozioni legate all’infanzia, nelle suggestioni psichiche, culturali e fisiologiche dell’individuo.
 
Il cacao contiene una serie di sostanze psicoattive alle quali si attribuisce un effetto di tipo edonistico e antidepressivo. Oltre alla caffeina, che è uno stimolante dell’attività cardiaca, contiene teobromina che stimola la vigilanza e l’attenzione, feniletilammina, sostanza che viene rilasciata da un neurotrasmettitore quando proviamo emozioni intese come per esempio l’innamoramento. Altro componente è il magnesio, responsabile della stabilità dell’umore.
 
A questo insieme va aggiunta un’altra sostanza che è l’anandamide, curiosamente assimilabile ai cannabinoidi, procura euforia ed eccitazione sensoriale. ANANDA in sanscrito significa felicità.
 
Un po’ di felicità ed euforia in una pralina di cioccolato..
 
In un saggio, la nutrizionista americana Debra Waterhouse scrive che tra i desideri alimentari femminili più ricercati c’è il cioccolato.
La spiegazione sta nel fatto che tutti gli alimenti producono sui mediatori celebrali, sostanze che trasmettono messaggi: gli amidi e gli zuccheri rilasciano serotonina, responsabile della stabilità dell’umore, i grassi rilasciano endorfine che danno vigore ed euforia.
Quando nel nostro organismo mancano, noi sentiamo il bisogno di procurarceli e ci "viene voglia di mangiare" determinati cibi. Le donne più esposte a squilibri ormonali dovuti alla tipica conformazione femminile desiderano nei momenti di maggior stress sostanze psicoattive che riequilibrino la sua instabilità: il cioccolato non è solo un peccato di gola... alza i livelli di serotonina e di endorfina ed appaga quel senso di insoddisfazione che ci affligge.. insomma ci rende un po’ più felici.


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Osteria del Viandante - Piazza XXIV Maggio, 15 42048 Rubiera (RE)
tel 0522/260638 - chiuso domenica e sabato a pranzo - prenotazione tavoli - come raggiungerci - email