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C’era una volta… Così cominciano le favole.
Ma questa è una storia vera.
C’era una volta una vecchia osteria che proprio osteria non era, diciamo che era un luogo dove il postale con i suoi passeggeri faceva sosta per il cambio dei cavalli. Lì la mia bisnonna,la Iusfetta, rifocillava non solo i cavalli ma anche quelli che, scesi dalla carrozza, cercavano non solo riposo dal faticoso viaggio ma un po’ di pane e salame o formaggio innaffiato da un bicchiere di vino rosso e, se erano fortunati, un bel piatto di polenta o zuppa di pane raffermo.
La bisnonna, a dire il vero, più che cucinare se ne stava, col toscano in bocca, a spelare con maestria i malcapitati avventori che svuotavano i loro portafogli a “manzetto” giocando a carte, illusi di poter riprendersi i soldi persi .
Dalla bisnonna alla nonna l’osteria che chiamò DEL VIANDANTE, cominciò a popolarsi di gente e aumentarono anche i piatti: lasagne, conigli arrosto, muscoletti in umido, polpette e con l’arrivo dell’inverno zampetti, cotechini, cappelletti…
Dalla nonna alle sue figlie, e sempre in linea femminile arrivò a me,ultima della fila…
A me, insegnante di italiano e latino che mai avrebbe pensato di finire in cucina…o forse sì!
Cresciuta tra la bisnonna detentrice del sapere delle erbe, infusi e veleni e mia nonna di spezie e cotture: quali alchimie, io bambina, non ho visto compiersi dietro ai fornelli e dentro
alle pentole della sua cucina!
Loro e le mie zie, hanno instillato in me questo pathos per il “fare da mangiare”, mai fine a se stesso, ma sempre diretto allo scopo di ristorare qualcuno.
E’ così che il cibo della memoria coincide con il cibo della mia memoria.
Penso che esista un vero e proprio codice del sapore, che è specifico linguaggio e che
non usa parole per trasmettersi, ma col quale si comunica lo stesso ed è possibile dire ogni cosa. Le parole di conforto potenzialmente pronunciabili per alleviare un dolore, una sofferenza
interiore, vengono sostituite, nell’utilizzo del codice del sapore, dalla pressante premura nell’informarsi di cosa si preferisca mangiare per pranzo o per cena; ogni pur piccolo malanno stagionale ha sempre un rimedio celato in una specifica ricetta; la malinconia può scomparire
con un buon dolce fatto in casa; lo stress viene meno se si apparecchia bella una tavola e si mangia carne cotta ai ferri; la gioia può essere resa meno sfuggente se si beve un buon caffè o si mangia un dolce: i simboli di questo peculiare linguaggio s’intrecciano a trama fitta con le azioni di chi lo utilizza.
Il cibo, come quelle parole mai pronunciate, fonda la sua alchimia nella bocca di chi l’assapora, giungendo ad acquietare quel desiderio di condivisione dei molteplici e privatissimi stati d’animo.
L’eredità preziosa di questo fare comunicativo, si trapianta di generazione in generazione,
in modo naturale e discretamente silenzioso:così mi sono ritrovata con stupore iniziale, a compiere gli stessi gesti della bisnonna, della nonna delle zie, ad occuparmi degli altri, ad amarli, a coccolarli, attraverso il cibo preparato per loro. Nel codice del sapore, dunque, se il cibo è parola, l’offerta del cibo diventa il linguaggio degli affetti .In questa sorta di passaggio di consegne ti accorgi che anche le tue mani hanno sapere, una memoria gestuale quasi rituale, nata nella tradizione e consolidata dal fare.
Ed eccomi in cucina nell’Osteria del Viandante a continuare come predestinata la storia della mia famiglia.
Dopo tanti anni, ho lasciato la collina, e sono approdata a valle in una antica rocca del 1.100.
Luogo ricco di storia, di battaglie, ora osteria del Viandante, regno della carne,oggi si ripropone come riscoperta di piacere e sapori in tagli inusuali che Roberto,mio marito, racconta e traghetta, come un novello Caronte, gli ospiti sulla riva di un mondo spesso sconosciuto o banalizzato,il mondo del cibo inteso come memoria e al tempo stesso ricerca verso il nuovo.
Il cibo della memoria ci coinvolge emotivamente in una sorta di ponte temporale che annulla tempo e spazio e ci proietta nella sfera emotiva della nostra personale storia,la ricerca e il nuovo ci aprono orizzonti contemporanei che coinvolgono il nostro benessere, la nostra salute,il nostro star bene a tavola.
Da mio padre ho preso l’amore e la conoscenza sulla carne, dalla nonna e dalle zie l’amore per la cucina…e qui il cerchio si richiude.
Boretti Dolores
prosegue..
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